By The Way, “a proposito” dei Red Hot Chili Peppers

I Red Hot Chili Peppers passeranno anche da Torino (10-11 Ottobre 2016 al Pala Alpitour) per il tour di concerti di presentazione dell’ultimo disco, “The Getaway”. Per l’occasione ripeschiamo un disco datato ma non troppo, famoso ma non troppo, insomma una delle scelte meno convenzionali che potevamo fare.

Con grosse vendite e alta rotazione in radio si perde per forza qualcosa. Questo vale soprattutto in ambito rock, in cui capita che i fan della prima ora siano molto esigenti e la critica molto “critica” appunto. Se la rock band di fama vira verso sonorità più melodiche, si dirà: “compromessi con il mercato”. Se invece conserva il suo stile tradizionale, si dirà: “ripetono i soliti schemi, l’ispirazione è finita”.

“By The Way” esce dopo sette album e quasi vent’anni di Red Hot Chili Peppers. È giunto il loro turno!

Siamo nel 2002 e la band esce dall’enorme successo di “Californication”, disco più morbido del loro passato crossover ma ancora inconfondibilmente alla Red Hot Chili Peppers. Il “karma” positivo intorno a loro si era sviluppato anche grazie al ritorno del chitarrista John Frusciante. Ora il gruppo californiano si trova a cavalcare quest’onda. Cambiare o ripetersi?

Il disco che tirano fuori, con la produzione di Rick Rubin, è molto diverso dai precedenti e piuttosto distante dalle aspettative. È una collezione di canzoni che partono soprattutto dai ricami chitarristici di John Frusciante. Se fosse un disco dei Beatles, sarebbe partorito dalle armonie di George Harrison. C’è ancora qualche scheggia di punk-funk – “Can’t stop”, “Throw away your television” e “By the way” – ma è chiaro che sono altri i brani emblematici del nuovo periodo: “Universally speaking”, “The Zephyr song”, “Dosed”… ballate miti e di gusto anni ’60.

E poi c’è la “canzone strana”: quella che non diventerà mai un singolo ma non si può proprio dimenticare, quella che ti riattiva l’attenzione quando sei arrivato all’ascolto della nona-decima traccia, quella che se parli con un altro fan sicuramente nominerai, quella che ascoltata per caso anni e anni dopo ti sorprenderai a ricordare perfettamente in ogni passaggio. Questa è “Cabron”, intermezzo acustico latino che per i detrattori rimane simbolo del calo di ispirazione, per gli appassionati un ottimo divertissement.

Riascoltato tre lustri dopo, nella Fonoteca della Biblioteca Musicale, con la luce mattutina che filtra tra le tende, tutto l’umore si fa più morbido e settembrino. Un disco di mezza età, di metà carriera, di transizione da una stagione all’altra, fosse anche dagli anni 90 al nuovo millennio.


Collocazione nella Biblioteca Musicale Andrea Della Corte: 12.F.1458 (Fondo Triberti) e 13.F.6728 (Fondo Venegoni).

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Seduto sugli allora.

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