Black Market Music, il 2000 dei Placebo

Black_market_music

Mentre i Placebo girano il mondo per il tour celebrativo dei 20 anni di carriera (pochi giorni fa sono stati a Milano), ripesco un loro disco non tra i più celebrati ma sicuramente molto atteso all’epoca: “Black Market Music”.

Lo strano oggetto in copertina è una scatola musicale del ‘700, un “carillon”: uno dei primi apparecchi costruiti per riprodurre motivi musicali. Invece all’interno del booklet sono raffigurati circuiti che rimandano ad un’epoca molto più vicina, quella del cambio del millennio, in cui le “scatole musicali” sono i computer, che attraverso internet permettono di accedere al cosiddetto “black market” (mercato nero) della “music”.

“Black Market Music” dei Placebo esce nel 2000: mentre i computer sopravvivono senza problemi al temutissimo “millennium bug”, il mercato discografico rischia di crollare affossato dai download “illegali” da siti come Napster. Ma chiaramente non è solo questo che decide se un disco sarà venduto, apprezzato, ricordato.

Del “contorno” di questo cd, ricordo un bell’adesivo “parental guidance – explicit lyrics”, la contestata esibizione al Festival di Sanremo con sfascio di strumenti e gestacci al pubblico, i problemi di droga e alcool del frontman Brian Molko. L’indole fuori dalle righe dei Placebo non gli nega fama internazionale, anzi la rinforza fino a farne “gruppo del momento”, un momento che dura piuttosto a lungo.

“Black Market Music” è il terzo disco del gruppo, il power trio con base in Inghilterra continua a confezionare semplici e micidiali inni dark. L’androgino cantante Brian Molko è sulla cresta dell’onda nel suo ruolo un po’ da sex symbol un po’ da poeta maledetto. Con la sua voce aspramente melodica racconta il suo mondo, la sua intimità, le sue dipendenze. La registrazione è lunga e laboriosa. Le musiche ricalcano gli schemi che poco tempo prima gli hanno regalato successo e fama. Qualcosa nel meccanismo rischia di incepparsi…

Ci sono canzoni che esplodono in fretta e vanno per la maggiore per mesi, e continuano a rimanere negli anni nelle playlist delle radio, dei dj e nella memoria collettiva. Ci sono altre canzoni che esplodono in fretta, forti di massiccia programmazione, ma poi non attecchiscono, cadono nel dimenticatoio e svaniscono così come erano apparse.

La sorte delle canzoni di questo disco è stata del secondo tipo, diversamente da molte loro altre. Brani come “Special K”, “Taste in men”, “Slave to the wage”, “Blackeyed”, a riascoltarli adesso, sembra di risvegliarli da un sonno lungo più di quindici anni. L’effetto è stranamente dolce, riaffiora il ricordo di quel periodo, quel cambio di millennio, di cui questa è stata un pezzo di colonna sonora… E, chissà perché, l’avevo un po’ dimenticata.


Collocazione nella Biblioteca Musicale Della Corte: 15.F.1461

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Seduto sugli allora.

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