Perché la musica classica

Oggi sono arrivata in biblioteca in macchina. Ho iniziato il mio viaggio ascoltando casualmente un notiziario radio, poi ho deciso di non farmi travolgere da cattivo umore e traffico insieme e ho cambiato canale. Fd5 in memoria, e mi sono ricordata di respirare.
Perché ascoltare musica? Perché fare musica? Perché imparare a suonare uno strumento?
Tante domande, argomento ampio e a ben vedere insidioso. Soprattutto per un intervento su un blog.
Tentiamo ugualmente una risposta. Per farlo, questa volta, nessuna seduzione della parola: partendo dalle evidenze di studi e numeri, cerchiamo di capire senza volontà di convincere e provando a lasciare da parte gusti e percezioni personali.
Alla prima delle nostre domande rispondiamo mettendo già subito le mani avanti. Un primo, evidente ostacolo, è dato dal fatto che pochissime persone si concedono ormai la possibilità di ascoltare musica. Sarebbe forse meglio affermare che è difficile che chiunque si conceda del tempo per un puro ascolto (o per un puro silenzio).
Eppure il piacere che si prova nell’ascolto della musica, genericamente intesa, continua ad essere indagato dai ricercatori che si interessano del funzionamento del nostro cervello. Recentemente i neurologi del Montreal Neurological Institute della McGill University, analizzando i processi neuronali di un gruppo di volontari posti al primo ascolto di alcuni brani musicali, hanno focalizzato la loro attenzione su una precisa area cerebrale coinvolta nei meccanismi di ricompensa. Lo scrive la rivista Scienze, che in un articolo riporta il risultato dello studio sul nucleus accumbens (come noi, andate a guardare su internet quali funzioni presidia): l’effetto dell’ascolto di musica riguarda la nostra sfera emozionale e attiverebbe meccanismi di aspettativa e di anticipazione di uno stimolo desiderabile […]. Nelle persone impegnate nell’ascolto di un brano familiare sarebbe quindi scattato il meccanismo dell’aspettativa, con l’anticipazione mentale dei passaggi maggiormente gradevoli. Ma anche per i brani musicali sconosciuti le aree attivate e la mediazione dopaminergica sarebbero le stesse dei brani già noti […]. Nel corso dei test, quanto più il pezzo era gratificante quanto più intensa era la comunicazione incrociata tra le diverse regioni cerebrali (d’altra parte questo era già stato teorizzato da Theodor Adorno con la descrizione dell’ascoltatore emotivo, uno dei sei tipi di ascoltatori analizzati nella sua Introduzione alla sociologia della musica).
Dai positivi effetti sulla sfera emozionale a quelli stimolanti su quella cognitiva. Come dimostrano altri studi condotti da un pool di ricercatori delle Università di Tessalonica e di Münster (potenza della musica, appunto…) l’educazione musicale riorganizza e potenzia la capacità di integrazione sensoriale, modificando sensibilmente le connessioni fra i circuiti sensoriali di aree cerebrali diverse. Questo perché la lettura dello spartito e l’esecuzione musicale che ne deriva richiedono l’interazione di competenze visive, uditive e motorie. Per chi ha studiato uno strumento per anni, costringendo giornalmente le proprie mani a fare esattamente ciò lo spartito richiedeva loro di fare, questo è da sempre evidente.

Abbiamo quindi implicitamente e parzialmente risposto all’ultima delle domande che ci siamo posti. Sospiro di sollievo per quanti già si stanno annoiando!
Però…
Non possiamo non ammettere che ogni accenno ai molti studi, alle innumerevoli pubblicazioni e ai tanti progetti presenti in ogni parte del mondo dedicati alla pratica, all’ascolto, alla terapia musicale possa essere in questo brevissimo spazio una facile e irrispettosa semplificazione.
Possiamo comunque definire un semplice risultato finale affermando che imparare a suonare è un’esperienza che consente una crescita più ricca e armonica dell’individuo, che contribuisce ad integrare diversi aspetti della personalità e, in certi casi, a fare di un’esperienza di apprendimento individuale uno strumento di educazione sociale (particolarmente importanti in contesti di degrado e povertà non solo culturale).

La musica classica però necessita di considerazioni differenti. Non perché la si voglia assumere come “la migliore”, l’unica degna di ascolto, ma perché quella che noi comunemente definiamo classica è una musica molto più nascosta di altre, almeno per chi già non la ama e la conosce.
L’ascolto collettivo della musica classica ha luoghi, tempi, necessità e riti molto diversi da quelli della musica pop e in generale la fruizione collettiva di un contenuto culturale sta mutando profondamente. Ha senso qui ricordare che il concerto classico è un’invenzione di due secoli fa, rimasta pressoché inalterata con i suoi ascolti lunghi e la dimensione quasi religiosa che pervade l’evento. Nel frattempo le forme della comunicazione fuori dai templi della musica colta hanno subito la radicale trasformazione che tutti conosciamo. Se nella comunicazione odierna il messaggio passa attraverso frasi semplificate e brevi e la sua veicolazione avviene attraverso i nuovi media, ciò che accade durante il concerto classico è l’esatto opposto: narrazione e sviluppo musicale continuo e sempre diverso, incontro e dimensione di scambio tra musicista e ascoltatore.
concertoL’ISTAT, nella sua ultima fotografia annuale sui consumi culturali in Italia, ha messo a confronto la percentuale di popolazione che almeno una volta nel corso dell’anno 2015 è andata a sentire un concerto di musica classica con quella che ha seguito altri concerti: 9,7% per la musica classica, 19,7% per tutte le altre (per curiosità andate a guardarvi anche le statistiche della partecipazione ad altre forme di intrattenimento, ma vi anticipo che “vince” il cinema con il 49%). Nell’anno precedente le percentuali erano sostanzialmente uguali, ma se volessimo dar conto anche dell’età dei consumatori di questo tipo di cultura, basterebbe affacciarsi in un qualsiasi auditorium o teatro lirico italiano per scorgere una netta prevalenza di spettatori di non giovane età. Considerando che questo accadeva già negli anni ’90, si capisce quanto la situazione sia critica.
Ora, tutte le istituzioni musicali si stanno interrogando da tempo su quale sia il futuro della musica d’arte. Certamente questa è una riflessione che coinvolge anche le Istituzioni preposte all’alta formazione musicale: perché se la musica classica non troverà un modo per farsi ascoltare, tutti i giovani che hanno scelto di farne un percorso anche professionale dovranno capire come mettere a frutto i loro studi. Soprattutto qui in Italia.
I titoli dei dossier inchiesta degli ultimi numeri di Musica+, una delle riviste che la Biblioteca mette a disposizione dei suoi utenti, restituiscono bene la dimensione del problema: Dalla sala da concerto a youtube; Il “concerto classico”: musica dal vivo o dal morto?; Perché fuori dall’Italia?; Quale lavoro per i musicisti?
L’ultimo numero giunto in biblioteca è del febbraio 2017 e ha il merito di voler evidenziare la diffusione delle esperienze di didattica inclusiva nei luoghi della Classica e dell’Opera. L’educational è il relativamente nuovo ambito nel quale professionisti della musica e nuovo potenziale pubblico costruiscono i presupposti di un rapporto futuro. Se questi semi porteranno i frutti sperati e fino a che punto invece spingeranno verso una sempre maggiore “destrutturazione” di questo tipo di proposta musicale, lo sapremo tra qualche anno.

Siete allo stremo, ma vi chiediamo ancora un piccolo sforzo.
Proprio seguendo una delle inchieste di Musica+ si capisce quanti siano i giovani che tentano la strada della musica come professione. Nell’anno accademico 2014-2015 gli iscritti nei Conservatori di musica sono stati 41.133; 6.656 quelli negli Istituti musicali pareggiati. I diplomati dei Conservatori nel 2014 sono stati 4.687 e quelli negli Istituti musicali pareggiati 628. Volendo ampliare l’ambito di indagine a tutti gli iscritti a corsi AFAM (Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica) e dando conto dei dati occupazionali dei diplomati, è di grande aiuto percorrere brevemente il ppt pubblicato da AlmaLaurea in occasione di un seminario del maggio 2016.

Due dati fra tutti.
Il tipo di impiego al quale si riesce ad accedere è principalmente legato al mondo della scuola e alla didattica: se “solo” il 19% riesce a lavorare facendo l’artista (concertista, compositore, regista, pittore, scultore, attore e scenografo), il 14% diventa professore di discipline musicali e il 29% degli occupati lavora nell’ambito dell’educazione e della formazione, come docente di discipline artistiche o insegnante di sostegno. Il guadagno medio mensile netto per coloro che riescono a trovare un impiego a tempo pieno è di 1220 Euro.

Uscendo dalla biblioteca ho attaccato una playlist sul mio cellulare. Mi sono infilata le cuffie e ho impostato la funzione shuffle. E per il viaggio di ritorno a casa ho ascoltato il secondo movimento della Sinfonia n. 2 di Mahler, La Genesi (versione live) da L’Opera Buffa di Guccini e Nola vocals tratto dall’album Grigio dei Quintorigo.
Sublime contaminazione…

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Un Commento

  1. Maria Rosaria Buonaiuto

    Molto interessante!!!

    Mi piace

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