Rossini, Bauman e il piacere per il cibo

Rossini_Collage

Capita spesso quando si va a letto la sera. Riservato agli insonni o a chi non riesce a svenire appena sfiorato il cuscino, si apre uno spazio per raccogliere le idee e lasciarsi invadere da una sorta di crasi dei pensieri e dei ricordi della giornata appena trascorsa.
Con un po’ di fortuna, la mattina seguente, al risveglio, si aggiunge qualche elemento e tutto acquisisce una dimensione più chiara.
Mi è successo recentemente, dopo aver passato una giornata cercando notizie su Gioachino Rossini tali da riuscire ad interessare i ragazzi che partecipano ai percorsi di conoscenza della musica colta organizzati dalla Biblioteca.
Dopo aver sfogliato qualche libro, mi sono buttata sul web e ho trovato una vecchia puntata della serie di lezioni-spettacolo dal titolo Totem – Letture Suoni Lezioni ideate da Alessandro Baricco e Gabriele Vacis e condotte dallo stesso Baricco.
Lo spettacolo è stato realizzato vent’anni fa e l’intervento è una lettura del finale del Guglielmo Tell. Non siamo qui a fare il tifo per nessuno, ma bisogna ammettere che Baricco, magnetico affabulatore, già incantava per la naturale abilità di scegliere le pause giuste oltre che le giuste parole.
Una delle sere seguenti, riprendendo per l’ennesima volta in mano uno di quei libri che parla esattamente di ciò che tu stesso avresti voluto dire se solo fossi stato uno studioso delle umane cose per tutta la vita, mi imbatto nella Digressione a pagina 140: mangiare come archetipo di scelte di vita. Il libro è L’arte della vita di Zygmunt Bauman.
In questa sorta di parentesi, Bauman ci informa che negli Stati Uniti tra i bestseller non mancano mai libri che propongono nuove diete e ricettari. Nelle librerie e nelle biblioteche di pubblica lettura sono tuttora i più popolari.
Guardando poi al mondo dei talent, dobbiamo ricordare che MasterChef è nato in Gran Bretagna negli anni 90 ed è esploso in altri Paesi dopo il 2005, in un tripudio di aspiranti chef di ogni età che si cimentano forsennatamente ai fornelli a suon di umiliazioni.
L’analisi di Bauman illumina comunque altri piani, quelli della quotidiana scissione nella quale è destinato a dibattersi chi – come gli americani, dice lui – sognando sempre nuove estasi del palato e anelando ad essere ammirato nel ruolo di raffinato e sofisticato gourmet, si scontra con la necessità di mantenersi costantemente in forma, bandendo dalla propria dieta grassi e sostanze tossiche. La speranza, secondo Bauman, è quella di arrivare ad un giusto equilibrio-compromesso tra benefici sperati e possibili danni, in una schizofrenica altalena di percezioni: ogni azione compiuta o presa in considerazione richiede un antidoto che ne elimini gli effetti morbosi.
Cosa c’entra Rossini?
Il nostro Gioachino è ed è stato musicista celebre e celebrato; la sua musica incanta/va e impressiona/va. Non tutti erano d’accordo, si capisce. Alcuni compositori del suo tempo associavano la sua musica ad un’italianità che già allora assumeva i contorni degli stereotipi attuali. Vissuto per 76 anni, scrisse tantissima musica nella prima metà della sua vita per non scriverne più nella seconda. Non smise del tutto, ma lo spartiacque c’è stato eccome. Spartiacque o rifiuto, come amano definirlo alcuni biografi. Il Guillaume Tell è l’ultima opera che Rossini ebbe voglia di scrivere. Andò in scena per la prima volta a Parigi nell’agosto del 1829. Opera immensa, lunghissima, che ancora una volta stupì e che la storia consacrò come un successo straordinario.
Poi, come dice Baricco nella sua lezione, Gioachino andò fuori di testa.
Non fu proprio così, ma ad un amico tenore che gli chiese una pagina di musica nuova da far cantare alla propria figlia, egli ebbe a scrivere: hai tu dimenticato lo stato di impotenza mentale, e ognor crescente, in cui vivo? La musica vuole freschezza di idee: io non ho che languore e idrofobia.
La morte del padre, l’incompatibilità con la moglie Isabella Colbran, la relazione con Madame Olympe Pélissier (e le conseguenze di tutte quelle precedenti…) e, non ultimo, il soggiorno fiorentino, furono ulteriori fatiche e motivi di peggioramento di malattie del corpo e dell’anima che ne stavano facendo un uomo triste, taciturno, dimagrito, depresso.
Decise che cambiar aria poteva giovargli e a Parigi lui era stato bene. Tornò nella capitale francese accompagnato da Olympe, sposata dopo la morte della Colbran, e poco a poco il Maestro si riprese. Prima in un appartamento, poi in un altro, grande e luminoso, al quale si aggiunse anche la villa di Passy.
Diventarono famosi i “sabati di Rossini”, appuntamento mondano per eccellenza.
Gioachino era un ospite elegante e raffinato; i suoi pranzi venivano impreziositi da primizie e specialità che egli faceva giungere attraverso i contatti più disparati. Nella biografia romanzata che il giornalista Arnaldo Fraccaroli gli dedica vengono citati i vini forniti da un principe di Metternich, lo zampone mandato dal re dei salsamentari di Modena, le bottiglie di Lafite di Rothschild, insieme ad altro cibo spedito direttamente dall’Italia. Continuando a leggere, scopriamo che la sua passione per l’arte culinaria si spingeva anche ai dettagli e a tutto ciò che occorreva per rendere la tavola veramente accogliente; egli si compiaceva di passare per buongustaio e per competente in questioni di cucina. Quando era ospite dai Rothschild andava spesso a parlare col famoso cuoco Carême, il quale lo erudiva sui piatti più appetitosi […] E all’occasione si metteva ai fornelli e fungeva personalmente da cuoco.
La crasi…
Non risulta che Rossini abbia mai patito di sensi di colpa per la sua passione culinaria (a differenza di quelli per ben altre passioni). Ma forse il mondo liquido, narcisista e scisso di Bauman non era poi così lontano.

rossini_ricetta
“Rossini” di Arnaldo Fraccaroli, coll. BCT.803.F.69 (solo in consultazione)
“Musica per il palato – A tavola con Rossini” di Thierry Beauvert, coll. BCT.803.A.117

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