Marinella Venegoni ci parla di… Laurie Anderson

Sebbene si sia definita una “critica di musica poco seria”, Marinella Venegoni da alcuni decenni occupa un posto rilevante nella cultura musicale italiana, in particolare attraverso la collaborazione con “La Stampa” di Torino. I suoi attenti e rigorosi articoli, mai compiacenti, che svariano nell’ambito musicale a 360°, ci hanno permesso di approfondire e svelare aspetti meno conosciuti di moltissimi artisti nostrani e internazionali, restituendoci immagini talora inedite anche attraverso interviste  dirette. Attraverso questo lunghissimo “viaggio” nella musica, ripercorreremo e pubblicheremo alcuni suoi preziosi interventi tratti da “La Stampa”: questo, anche  per ribadire lo stretto filo conduttore che lega la Biblioteca musicale a quella che è stata definita fin dagli anni ’80 come la prima donna critico musicale della carta stampata.

anderson

Si è abusato troppo spesso della espressione “artista multimediale”, ma se c’è qualcuno che può fregiarsi realmente di questo titolo è proprio Laura Phillips (Laurie) Anderson. Nel corso della sua carriera artistica ha svolto innumerevoli ruoli: artista visiva, poetessa, compositrice, fotografa, regista, ventriloqua, maga dell’elettronica, corista, strumentista. Ciò le ha permesso di coniugare perfettamente la sperimentazione sull’elettronica attraverso un linguaggio alto ma sempre accessibile al grande pubblico. Il tratto essenziale della sua arte è sempre stato la capacità di congiungere, accoppiare e unire arte e musica: da un lato c’è l’influenza della performance art (dall’antesignano John Cage fino al gruppo Fluxus), con la commistione tra il corpo dell’artista, protagonista dell’azione che costituisce l’opera, e il medium tecnologico rappresentato dal video, che ne preserva la memoria. Dall’altra c’è l’avanguardia elettronica che, con Varèse e Stockhausen, è entrata a far parte anche dei libri d’arte contemporanea. Senza tralasciare, inoltre, lei americana di Chicago, una certa propensione poetica tutta newyorkese per la poesia urbana, che l’ha portata a collaborare con figure come William Borroughs e Robert Wilson e costituirà per buona parte il rapporto artistico e sentimentale con Lou Reed. Ciò che distingue Laurie Anderson da molti musicisti e artisti è l’idea che musica e arte rappresentano due aspetti inscindibili che vivono l’uno in virtù dell’altro.
È interessante rileggere l’approfondito articolo che Marinella Venegoni dedicò all’artista newyorchese sulla «Stampa» il 22 maggio 1995 in occasione di uno spettacolo tenuto a Torino (“The Nerve Bible”).

LAURIE? CANTASTORIE DELL’ERA ELETTRONICA
Dopo aver peregrinato per ventitré anni nell’avanguardia, la musa della multimedialità ha scoperto che l’ultima frontiera, l’incanto definitivo, è il potere della parola. Con un equipaggiamento di tre maxischermi, tastiere e violino elettronico, fumi e laser, un vocoder per trasformare la voce, Laurie Anderson ha concluso ieri sera al Teatro Sistina una breve ed applauditissima tournée che sabato è passata per Torino invitata da «Musica 90» in un Teatro Regio stracolmo di gente giovane totalmente soggiogata dalla sua performance «The Nerve Bible», la bibbia dei nervi. Lo spettacolo riassume in qualche modo tutti i periodi precedenti della sua creatività per guardare più avanti e insieme ricominciare da capo: che cos’è la parola, se non il riassunto della mente umana, delle sue fantasie, delle sue particolarissime verità? Dietro questa svolta stanno le esperienze di «readings», le letture del suo libro «Stories from The Nerve Bible» fatte l’anno scorso negli Stati Uniti: e sarà forse questa comune fascinazione, della parola parlata, che l’ha fatta incontrare con Lou Reed, altro accanito e inquieto avanguardista. Pare ne sia nata anche una storia d’amore, e comunque il nostro vecchio Lou compare nei cori campionati di questa performance in cui Laurie è regista video e sperimentatrice di alta tecnologia, cantante e soprattutto cantastorie. Chi non capisce una parola d’inglese ce l’ha dura; ma almeno la Musa volonterosamente e con buona pronuncia si avventura nella nostra lingua per raccontare gli episodi più significativi del percorso spettacolare. Fra interrogativi apparentemente surreali e racconti di episodi reali, Laurie ci mostra non tanto la voce e la musica quanto una mente audace e mobilissima, di straordinaria intelligenza. Il filo rosso di una sensibilità squisitamente femminile contrasta con l’aspetto androgino, con quella figurina magra che usa come un burattino elettronico, chiusa in un eterno completo nero, i capelli dritti spazzolati storti alla maniera di certi maschi. Maxischermi e colon- Laurie Anderson telematica na sonora fanno da sfondo illustrativo, come se anche lei fosse chiusa in un Cd Rom, cursore lampeggiante di un programma. La guida l’ossessione del tempo, scandito da ogni genere di orologi sugli schermi. Le domande che si fa sono apparentemente banali: il tempo è lungo, o largo? E le cose, stanno migliorando o peggiorando? «Ho fatto queste domande a John Cage – racconta in scena -. Mi ha risposto: “Le cose migliorano, sono sicuro. Solo che noi non riusciamo a vederlo. Succede così lentamente…”». Soprattutto gustosi sono gli episodi narrati con sottile e tagliente ironia, in prima persona: «Una donna di Gerusalemme lamentava che gli uomini americani parlino sempre dei propri sentimenti. Quando mai? Pensavo fra me. Però lei viveva fra maschi con il mito del fucile. In quel contesto, le armi diventano una presenza normale. Ci si abitua a tutto». Già, il contesto, e la comunicazione: ecco il racconto di sua madre missionaria cristiana in Giappone; predicava in inglese e i giapponesi non capivano, si limitavano a godersi lo spettacolo (proprio come molti al Regio). Verso la fine, un episodio in italiano svela l’orìgine dello spettacolo. «Nel ’93, sono andata in Tibet, a vedere il lago dove si dice che i monaci riescano a leggere sulle acque i segni per trovare l’incarnazione del Dalai Lama. Sapete, sono un tipo sospettoso, io. Sono partita con 6 sherpa, salivamo verso gli ottomila metri e mi mancava il respiro; prendevo venti aspirine al giorno, avevo la febbre e mi sembrava che la testa mi si fosse spaccata in due e vedevo tutto oro intorno a me. Hanno detto che stavo morendo e mi hanno rimandata indietro, in un sacco a pelo sul dorso di un asino: mi accompagnava uno sherpa che non aveva mai aperto bocca in quei giorni ma che poi ha mi parlato per tre giorni di seguito. La sua voce mi ha tenuto desta la coscienza, mi ha salvata».

Laurie Anderson in Biblioteca musicale Andrea Della Corte:

CD
Women in electronic music (03.F.573)
Laurie Anderson: Live in New York (13.F.1177)
Laurie Anderson: Life on a string (13. F. 1193)
Faraway, so closed (13.F.7337)
Laurie Anderson: Bright red (13.F.7328)

Libri
Laurie Anderson : storie e canzoni, 1982-1995 / a cura di Paolo Bertrando. – Milano : Arcana, 1995 (VEN-307)
Laurie Anderson : racconti e suoni del corpo elettrico / Claudio Chianura. – Milano : Auditorium, 2010 (809.E.103 (12))

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: