Visioni musicali

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Indagine su un grande mistero: il rapporto tra musica e arti visive. “Visioni musicali” è una raccolta di saggi a cura di Francesco Tedeschi e Paolo Bolpagni (V&P Editore) che passa in rassegna un centinaio d’anni di tentativi per aprire una rotta di collegamento tra questi due continenti dei sensi.

Dal primo Novecento in poi si intensificano le energie delle avanguardie per trovare un linguaggio comune tra vista e udito, un codice o un’espressione artistica che “traduca” l’arte sonora in arte visiva, o il contrario. L’astrattismo da una parte, la dodecafonia dall’altra, ecco che inizia il dialogo tra illustri sperimentatori:

“La invidio molto”scrive Vasilij Kandinskij nell’aprile del 1911 a Schönberg. “I musicisti sono davvero fortunati […] a disporre di un’arte così evoluta. Arte vera, che può permettersi il lusso di rinunciare in pieno a ogni funzione puramente pratica. Per quanto tempo ancora la pittura dovrà attendere questo momento?

Kandinskij immagina corrispondenze tra colori e suoni, il “suono interiore” dei colori e delle forme, sinestesie percettive sulla tavolozza a partire dal timbro degli strumenti musicali. Il “Suono giallo” è quello della tromba, dei fiati. La via è dunque aperta per l’esplorazione delle “visioni musicali”, impresa tanto più stimolante quanto più difficile e di materia impalpabile.

E dire che il primo e unico “ponte” che viene in mente al profano come me e come tanti è la scala “cromatica”, sette note come i colori dell’arcobaleno. Questa deve essere sembrata ben più che una coincidenza all’artista Luigi Veronesi, che per tutta una vita ha cercato un “codice” cromatico per dipingere le note. Ecco dunque che Paolo Bolpagni racconta questa sua particolarissima ricerca para-scientifica, suoni e colori come fenomeni fisici ondulatori, messi in collegamento per trovare una rappresentazione visiva della musica.

Una volta scelto il pezzo da trasporre, Veronesi, partitura alla mano, lo ascoltava parecchie volte, anche in interpretazioni diverse, dopo di che iniziava il lungo e complesso lavoro teorico di calcolo e analisi, che consisteva, preliminarmente, nell’associare a ogni nota del testo musicale un determinato valore numerico, che a sua volta rimandava, secondo la scala di corrispondenze elaborata già nel 1968, a una determinata sfumatura di colore. In effetti, la realizzazione di queste opere richiedeva lunghi tempi di applicazione.

Per quanto sia inevitabile una certa arbitrarietà, l’ingegno di Veronesi appare enorme. Ma troviamo anche percorsi inversi: non esiste solo l’esperimento che dal suono si “concretizza” nell’immagine, ma anche quello che a partire dall’immagine si “smaterializza” nel suono. Il critico Gillo Dorfles rileva quale molteplicità di notazioni musicali sia ormai in uso: verbali, numeriche, grafiche, e soprattutto in quest’ultima le interferenze tra musica e pittura raggiungono risultati visivi davvero sorprendenti. Nel contributo di Enrico Girardi, inoltre, leggiamo:

Soprattutto durante gli anni Sessanta, vi fu una fase in cui, come reazione al trionfo della musica elettronica (quella, cioè, che è fissata su nastro, e quindi non richiede un esecutore), si affermò il fenomeno della ‘musica disegnata’, che, al contrario, tendeva a suggestionare l’interprete attraverso una grafia particolare del segno musicale, affinché il contributo dell’esecutore fosse aggiuntivo a quella che poteva essere considerata l’idea ‘madre’ di una composizione.

Il compositore Aldo Clementi, per esempio, racconta come Bruno Maderna realizzava su carta a quadretti vere e proprie griglie sonore, su cui improvvisava sopra: un ricamo strumentale “personale” a partire da un metodo tecnico rigoroso.

Queste e molte altre sono le suggestioni che propone la raccolta “Visioni musicali”, talvolta cervellotiche, altre volte più ludiche, certamente appassionanti anche per i non specialisti di musicologia. Le illustrazioni all’interno del volume aiutano a “vedere” gli esperimenti in cosa consistono. Infine, il capitolo sulle commistioni tra rock americano e nuove avanguardie artistiche è un finale aperto necessario per un tema destinato a non esaurirsi certo nel XX Secolo.

Collocazione nella Biblioteca Andrea Della Corte: M809 C 104 (16)

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Informazioni su Paolo Albera

Seduto sugli allora.

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